Perché insorge il disturbo ossessivo compulsivo?

Vi sono diversi fattori chiamati “di rischio” che possono agevolare l’insorgenza di un disturbo ossessivo compulsivo. Tra i principali vi sono:

Ereditarietà: avere in famiglia un parente che soffre del disturbo e può fungere da modello negativo;

Educazione: avere genitori con uno stile educativo rigido, con aspettative elevate per i quali l’errore è inammissibile comporta la trasmissione ai figli del timore di commettere errori e quindi della necessità di prestazioni perfette. I figli di questi genitori possono sviluppare un carattere insicuro e timoroso, diventare perfezionisti, autocritici ed eccessivamente severi con se stessi. Anche genitori esageratamente ansiosi e iperprotettivi possono avere figli che sviluppano un disturbo ossessivo compulsivo.

Eventi di vita difficili: vivere situazioni traumatiche, lutti, episodi di bullismo o violenze può portare all’insorgenza del disturbo. Anche eventi di portata minore possono incidere nella sua insorgenza, quali ad esempio un eccessiva solitudine, isolamento o la presenza di situazioni conflittuali in famiglia.

Personalità: persone ansiose e perfezioniste possono incorrere più facilmente in un DOC del controllo; altri fattori di vulnerabilità legati ad aspetti di personalità possono essere l’eccessiva timidezza alla quale può associarsi un incapacità di imporsi oppure avere un immagine negativa di sé.

La combinazione dei fattori sopraelencati può far insorgere un disturbo ossessivo compulsivo , di solito questi elementi si sommano e si rinforzano a vicenda, ovviamente più fattori di rischio sono presenti nella vita di una persona più è facile che insorga il disturbo. Tuttavia non sempre è così, vi sono persone con diversi fattori di rischio che non incorrono mai in un disturbo ossessivo compulsivo e viceversa persone senza questi aspetti che ne soffrono.

Perché il disturbo ossessivo compulsivo non se ne va?

Nonostante il disturbo ossessivo compulsivo sia ritenuto da chi ne soffre uno sgradevole inquilino con cui dover convivere, il più delle volte è complesso liberarsene. Come mai? Per via dei vantaggi che il disturbo stesso procura a chi ne soffre. Ad esempio chi si lava in continuazione le mani per paura di contrarre una malattia troverà gratificazione nel suo rituale, diminuiranno le ansie e le preoccupazioni anche se il sollievo sarà solo momentaneo, inoltre lavarsi le mani riduce effettivamente il rischio di ammalarsi. Vi sono altri tipi di vantaggi correlati alle differenti classificazione del disturbo ossessivo compulsivo: chi teme il verificarsi di catastrofi grazie al DOC ne riduce il rischio, l’eccessivo controllo e l’attenzione riposta riduce infatti la possibilità di incorrere in pericoli o commettere errori, chi invece teme caos e disordine troverà che pulizia ed ordine inducono gioia e soddisfazione. Vi sono inoltre dei vantaggi secondari per chi soffre di DOC, essere occupati con ossessioni permette di sviare da pensieri di solitudine e conseguenti emozioni negative, mantiene la mente occupata, difende da conflitti familiari e sposta l’attenzione dai ricordi traumatici e dolorosi.

In conclusione il disturbo ossessivo compulsivo si radica nella vita di chi lo ospita proprio per i diversi vantaggi che porta con sé, è necessario che chi ne soffre si interroghi in merito a questi poiché sarà l’aspetto dal quale partire per il cambiamento.

Talvolta cambiare stile di vita risulta facile altre volte diventa più difficile e si necessita di un sostegno terapeutico.

Contattami, se stai affrontando una situazione simile e/o vorresti iniziare un percorso di cambiamento e crescita personale.

 

In clinica distinguiamo differenti tipi di pensieri ossessivi che si differenziano a seconda dei contenuti delle ossessioni e del manifestarsi o meno di rituali compulsivi. Nel sito vi è una classificazione quindi non mi dilungo in merito.

Come distinguere un abitudine da una compulsione?

La distinzione essenziale è il disagio percepito dalla persona, se questi pensieri e comportamenti sono eccessivamente frequenti (più di un’ora al giorno) e vanno a gravare sul lavoro, sulla vita affettiva- sociale e sul benessere allora potrebbe trattarsi di un disturbo ossessivo compulsivo.

Ad esempio, lavarsi le mani prima di mangiare è segno di buona abitudine e di una corretta igiene personale, tuttavia lavarsele più volte al giorno perché potrebbero essere piene di germi, disinfettarle, indossare guanti, evitare di toccare oggetti contaminanti come maniglie delle porte o denaro può essere indice di disturbo ossessivo compulsivo.

In conclusione, quando un comportamento normale e abitudinario diventa eccessivo è percepito come un urgenza e ci impedisce di svolgere altre attività del nostro quotidiano potrebbe trattarsi di disturbo ossessivo compulsivo.

Come distinguere il disturbo ossessivo compulsivo da altri disturbi?

– Rispetto all’ansia, le ossessioni riguardano pensieri più specifici , vissuti come estranei alla volontà del soggetto mentre le preoccupazioni dell’ansioso sono legate a diversi temi della vita quotidiana. Chi soffre d’ansia si preoccupa per esempio di temi quali salute, lavoro, figli mentre un pensiero ossessivo ha sempre lo stesso contenuto (paura di essere contaminati, disgusto dello sporco, ecc …)

– Rispetto all’ ipocondria, paura esagerata di soffrire di una malattia, chi ha pensieri ossessivi sulla propria salute mette in atto rituali collegati alla salute fisica che l’ipocondriaco non fa.

– Chi soffre di disturbo ossessivo compulsivo può presentare anche sintomi depressivi, umore triste e apatia, tuttavia chi è depresso ha pensieri negativi “ruminazione” con focus negativo sul passato e su di sé, mentre il pensiero ossessivo è un “rimuginio” sulle conseguenze future vissute come estranee dalla persona.

– Infine Chi è affetto da psicosi soffre spesso di paure che ritiene assolutamente reali mentre chi soffre di disturbo ossessivo compulsivo riconosce l’infondatezza dei suoi timori. Inoltre il pensiero psicotico è spesso più bizzarro accompagnato da deliri, allucinazioni e perdita del senso di realtà.

Sarà capitato a tutti, almeno una volta nella vita, di uscire dall’automobile e chiedersi: ” Avrò chiuso la macchina?“… in realtà siamo quasi certi di averlo fatto ma qualcosa ci spinge a chiedercelo. Questa è una situazione piuttosto comune ma cosa accadrebbe se questo tipo di pensiero ricorresse in noi tutte le volte che usciamo dalla nostra automobile? Probabilmente potrebbe diventare un idea fastidiosa, ripetitiva e alla lunga invalidante. Si potrebbe insinuare in modo persistente nella nostra testa fino a che un azione, come controllare la portiera dell’auto, non ci porti ad un leggero sollievo seppur momentaneo.

Vi sono altre situazioni differenti ma simili nei meccanismi che le attivano, per esempio ci sono persone eccessivamente preoccupate di essere contagiate da malattie, altre inclini ad un eccessiva pulizia degli ambienti o alla propria igiene, altre che faticano a sbarazzarsi di oggetti ed altre ancora preoccupate che i propri pensieri possano portare a conseguenze negative.

Che cosa accomuna tutte queste esperienze?

La presenza di pensieri ossessivi e compulsioni (o solo pensieri ossessivi) per un tempo significativo nell’arco della giornata che irritano ed infastidiscono la persona che ne è perseguitata. L’abitudine, ad esempio il controllare di aver chiuso l’automobile, può divenire un comportamento imposto da cause percepite come esterne, ritenuto spesso irrazionale e dal quale è difficile divincolarsi.

Le ossessioni sono pensieri, immagini, idee o impulsi che si imprimono nella mente in modo insistente, ignorarle è difficile, costa fatica e dopo un po’ di tempo riaffiorano con più vigore e contro volontà. Queste idee non rispecchiano il vero pensare della persona, sono anzi percepiti come estranei, talvolta come pensieri sgradevoli o ripugnanti dai quali distanziarsi.

Le azioni compulsive sono comportamenti detti anche “rituali” che alleviano momentaneamente la tensione emotiva indotta dai pensieri ossessivi, possono essere anche “rituali mentali”, cioè azioni ripetitive che la nostra mente compie per respingere le ossessioni. Caratteristica comune delle varie compulsioni è la sensazione di essere costretti a metterle in atto e la percezione che questi comportamenti siano irrazionali ed esagerati.

Ossessioni e compulsioni hanno un effetto sgradevole nella vita dell’individuo possono generare paure, malessere, emozioni negative e compromettere la vita sociale e lavorativa di chi ne soffre.

“Sarà la persona giusta?”, “Riuscirà a capirmi?”, “Mi sarà veramente d’aiuto?”

Credo che queste siano le domande più frequenti che ci poniamo prima di contattare uno psicologo! La paura è il nodo centrale, l’emozione che porta a credere che sia difficile se non addirittura impossibile affidarsi ad uno psicologo. Il termine stesso “affidarsi” deriva dalla parola latina “fidus” (fidato) ed implica quindi un rapporto di fiducia con l’altro. Nel caso dello psicologo il paziente consegna all’altro la cura delle proprie emozioni, la custodia dei propri segreti. Ma come si fa a porre fiducia verso qualcuno che nemmeno si conosce? Non è meglio cavarsela da soli? Questo atteggiamento non permette di affrontare le proprie paure anzi le rinforza, il rischio è di sentirsi sempre più soli nell’affrontare i propri problemi ed innescare circoli viziosi dai quali è difficile uscire. E’ sempre meglio muoversi verso il cambiamento, cercare un primo contatto con uno specialista disposto ad essere d’aiuto in questo percorso.

Lo psicologo affianca in modo empatico e non giudicante il paziente, accoglie e aiuta a dare un nome alle sue emozioni per imparare a gestirle, lo sostiene nel trovare nuove vie per affrontare i problemi e sperimentare differenti strategie di risoluzione e lo accompagna lungo un cammino di cambiamento per raggiungere uno stato di maggior benessere psicofisico.

In conclusione per chiedere aiuto si devono superare le prime paure iniziali, prendere coraggio, rendersi conto che cambiare è possibile e che a volte per farlo bisogna imparare ad afFIDARSI.

1- Che cos’è la terapia cognitivo-comportamentale (TCC)?

La terapia cognitivo-comportamentale è un tipo di intervento psicoterapico basato sull’utilizzo di  tecniche scientificamente accreditate, cioè basate su evidenze empiriche ottenute tramite ricerche scientifiche rigorose, i cui dati ne hanno confermato l’efficacia a lungo termine. Nella TCC la sofferenza viene spiegata alla luce di uno stretto ed intimo legame tra pensieri, emozioni e comportamenti. Il paziente, guidato dal terapeuta, impara dapprima ad osservare quello che accade dentro di sé nelle diverse situazioni, quindi a cogliere le reciproche influenze tra modalità di pensiero, stati d’animo e comportamenti ed infine a sperimentare nuove e più vantaggiose forme di valutazione e reazione. E’ un intervento che promuove la conoscenza e la comprensione della propria sofferenza emotiva ed un attivo cambiamento nella vita del paziente.

2- A chi si rivolge?

La TCC può rivolgersi al singolo individuo, alla coppia, alla famiglia o ad un gruppo.

Nasce come trattamento elettivo dei disturbi d’ansia e depressivi per poi estendersi ad altri disturbi quali: fobie, disturbi ossessivo compulsivo, disturbi del comportamento alimentare, disturbi sessuali e problemi di personalità. Inoltre è indicata nella gestione di particolari eventi di vita  che generano sofferenza emotiva.

Ove necessario può essere associata ad altre forme di intervento quali terapia familiare, partecipazione a gruppi terapeutici, assunzione di psicofarmaci, Mindfulness, EMDR, etc …

3- Come si svolgono le sedute?

Le sedute si svolgono tendenzialmente con cadenza settimanale-bisettimanale della durata di 50/60 minuti circa. Nei primi incontri terapeuta e paziente hanno modo di conoscersi, valutare insieme il problema e concordare i primi obiettivi.  Sulla base di queste prime informazioni il terapeuta struttura un programma di intervento individualizzato; si tratterà di un percorso attivo sia sul piano cognitivo che comportamentale verso il cambiamento ed il benessere. Il paziente è invitato a collaborare nel mettere in pratica a casa gli insegnamenti appresi in seduta attraverso veri e propri “homework” (compiti a casa). In questo modo potrà divenire sempre più indipendente dal terapeuta nell’affrontare e gestire le proprie difficoltà.

4- Quanto dura?

Tra le caratteristiche principali della TCC vi è la brevità dell’intervento, può durare da pochi mesi ad un anno a seconda del problema riportato. La durata dipende ovviamente da diversi fattori quali gravità del problema, motivazione del paziente, ecc …

5-Dove posso trovare un terapeuta TCC?

Sono una psicoterapeuta di formazione cognitivo comportamentale se desideri avere maggiori informazioni o intraprendere un percorso di terapia  non esitare a contattarmi.

Come descritto nell’antico mito greco, Narciso era un giovane famoso per la sua bellezza incapace di innamorarsi se non della sua immagine riflessa in una fonte. Da qui ha origine il termine “narcisista” ,aggettivo attribuito a persone vanitose ed eccessivamente piene di sé, che non ha nulla a che vedere con il narcisismo di tipo patologico poiché in quest’ultimo caso ci troviamo di fronte ad una seria patologia.

Il disturbo narcisistico di personalità è definito come la tendenza a ritenersi persone speciali ed uniche, meritevoli di approvazione e lodi per le proprie superiori qualità, sperimentando sconcerto e rabbia quando non avviene il riconoscimento da parte degli altri. L’immagine di Sé è idealizzata, nel tentativo di nascondere quel senso di inferiorità e di incompletezza che vivono interiormente. Per questo motivo le critiche esterne sono vissute come minacce ed evitate per non percepire l’inadeguatezza e la vergogna che ne scaturirebbero.

Frequentano persone che ritengono singolari, prestigiose, di elevata condizione sociale o intellettuale perché credono siano le uniche in grado di poterle comprendere. Nelle relazioni intime ricercano la soddisfazione dei propri scopi, primo fra tutti l’essere ammirato, allo stesso tempo l’altro viene idealizzato per poi essere svalutato nel momenti in cui non è più funzionale allo scopo. Nei rapporti sono distaccati e freddi con chi non li ammira, mancano di empatia, sono convinti che gli altri possano invidiarli ma a loro volta invidiano agli altri successi e proprietà, ritenendo di meritare più di loro i risultati che hanno raggiunto o i privilegi di cui godono.

Il narcisista vive così un conflitto tra un’ immagine esterna in cui mostra superiorità e autosufficienza ed aspetti interni di estrema fragilità.

Quali sono i “fattori sociali” che incrementano lo sviluppo di questa personalità?

Il disturbo narcisistico di personalità ha origine da esperienze vissute nell’infanzia, principalmente nel proprio ambiente familiare, tuttavia da alcune recenti analisi sociologiche si ritiene che sia la stessa società occidentale ad essere immersa nel narcisismo. I sociologi Cesareo e Vaccarini nel loro libro “l’era del narcisismo” indicano tra i fattori responsabili dell’incremento di questo disturbo l’uso dei social network in quanto mezzi che esaltano l’immagine di sè attraverso l’autopromozione, il parlare della propria immagine e dei propri successi con l’obiettivo di ottenere “like” e visualizzazioni.

In conclusione la società attuale sembra riporre maggior attenzione all’apparire piuttosto che all’essere e questo va a discapito di personalità fragili che necessitano dell’approvazione altrui per “esistere”.

Come capire se si soffre di disturbo narcisistico di personalità

Per prima cosa è necessario fare un distinguo tra chi presenta tratti di personalità narcisistica da chi soffre di un vero e proprio disturbo, in quest’ultimo caso la persona sperimenta sofferenza soggettiva.

I principali segni di tale disturbo sono credere che gli altri non apprezzino le proprie doti, avere particolari pretese in merito alla soddisfazione delle proprie richieste. Percepire un senso di distanza nelle relazioni affettive, avere comportamenti arroganti, presuntuosi e talvolta aggressivi e sperimentare di fronte ad un fallimento un senso di vuoto e di inutilità.

La psicoterapia cognitivo comportamentale si pone l’obiettivo di ridurre la sofferenza di chi presenta tale disturbo e migliorarne la qualità della vita.

Con l’inizio del nuovo anno molti fantasticano sugli obiettivi che desiderano raggiungere nel 2017!

Tuttavia compilata la lista dei desideri quanti riescono effettivamente a perseguirli?

Come primo passo occorre far chiarezza su ciò che desideriamo ottenere, quali e quanto sono i nostri obiettivi? sono importanti per noi? Sono raggiungibili o irrealizzabili? Questa prima fase è fondamentale, crearsi obiettivi poco definiti non permette di sapere con precisione cosa si vuole ottenere, esempio “stare meglio” è un obiettivo poco definito, “smettere di fumare” è un obiettivo concreto e realizzabile.

Porsi obiettivi irrangiungibili vuol dire creare aspettative che non potranno mai essere esaudite e quindi genera frustrazione, meglio optare per traguardi fattibili .

E’  importante stabilire dei tempi, proprio per questo è opportuno pianificare un piano d’azione: definito l’obiettivo, suddividerlo in sotto-obiettivi, stabilire se abbiamo le risorse e le competenze necessarie per attuarlo, individuare gli ostacoli e come poterli affrontare …

Sarà importante annotare su un diario o calendario i progressi ottenuti e ricompensarsi per i successi.

Infine perseverare e non arrendersi di fronte a fallimenti o cadute inevitabili ma continuare lungo il cammino, alla fine ne sarà valsa la pena!

 

 

Le vacanze Natalizie sono ormai giunte al termine, come vi sentite?

Alcuni di voi avranno approfittato di qualche giorno di vacanza per riposarsi e recuperare le forze, altri invece potrebbero sentirsi stanchi, affaticati e percepire un aumento dello stress.

Il New York Times, in un articolo del 22 dicembre, definisce lo stress da vacanze Natalizie come “family jet lag

Come nel tradizionale jet lag, il problema è il risultato di una perturbazione della normale routine di vita. Il “family jet lag” funziona in due sensi, “colpisce” sia i viaggiatori che coloro che ricevono parenti. Non è che non si vuole vedere la propria famiglia, ma il fatto che li si vede di persona solo una o due volte l’anno significa che si ha una limitata opportunità di discutere temi difficili meglio affrontati faccia a faccia …”

Proprio come nel jet lag ritmi ed equilibri vengono stravolti e la nostra vita in pochi giorni si adatta a condizioni inabituali, tutto questo è fonte di stress spesso ignorato e di cui si “accusa il colpo” solo dopo che l’evento è passato.

Il dottor Fried, psicologo clinico, nell’intervista per il giornale Americano, riporta come sintomi più comuni l’assenza di sonno, l’irritabilità, la difficoltà a concentrarsi, stanchezza e mal di testa

Cosa è preferibile fare per affrontare questa forma di “jet lag” post natalizio?

Prima di tutto occorre darsi del tempo per recuperare il normale ritmo sonno-veglia, per chi ha ancora qualche giorno di vacanza è consigliabile iniziare fin da subito a riprendere gli abituali ritmi di vita, ad esempio non andare a letto o alzarsi troppo tardi al mattino.

Per evitare di incrementare lo stress e l’affaticamento non sovraccaricarsi di lavoro i primi giorni dopo il rientro.

Anche le tecniche di meditazione e mindfulness sono ottime per superare lo stress. Tuttavia se le difficoltà dovessero persistere è meglio non esitare nel chiedere l’aiuto di uno specialista.

Tra poco più di una settimana inizieranno gli esami di maturità … questo articolo può essere di aiuto a chi si trova ad affrontarli. Quanti di voi si saranno chiesti qual è la strategia migliore per prepararsi agli esami? Come posso organizzarmi?
Proviamo insieme a trovare qualche risposta, per prima cosa è fondamentale:

1. Ritrovare la MOTIVAZIONE ALLO STUDIO. E’ vero, la scuola è finita da poco e non c’è stata la possibilità di prendersi un meritato riposo! Ma ora non è il momento di cedere, manca veramente poco alla fine ecco perché è necessario trovare i motivi che ti possono indurre a studiare: raggiungere un determinato voto, concludere gli esami con una promozione per goderti una vacanza … qualunque sia la motivazione cercala ed agisci per raggiungere il tuo obiettivo!

2. ORGANIZZATI Prepara un piano d’azione! Organizza le tue ore di studio in modo da non perdere energie preziose. Puoi utilizzare un planning o diario dove segnare cosa studiare, quando e per quanto tempo.

3. Adotta un efficace METODO di STUDIO. Raccogli schemi, riassunti e mappe elaborate durante l’anno delle varie materie di studio, ricorda che studiare sul materiale elaborato da te è molto efficace e ti permetterà di risparmiare tempo. Focalizzati sui concetti chiave, di solito è utile fare riferimento al programma stilato dai professori per individuarli. Quindi allenati a ripetere ad alta voce, magari di fronte ad uno specchio, sarà un valido aiuto per vincere l’emotività durante gli orali. Prevedi nel tuo piano d’azione anche un tempo per il ripasso, è utile per riorganizzare i concetti.

4. Ritagliati delle PAUSE. Sette ore ininterrotte di studio sono più deleterie che quattro divise tra mattina e pomeriggio (magari concentrando la maggior parte delle ore nella fascia della giornata in cui sei più attivo), e tra un’ora e l’altra prenditi qualche minuto di stacco con musica, uno spuntino, un po’ di svago…
Spero di esserti stata d’aiuto e che in questo articolo tu abbia trovato consigli utili e di immediata applicazione sul come prepararsi efficacemente all’esame.

Se hai dubbi, curiosità o tu stesso hai ottimi consigli per lo studio, lasciami un commento!

A questo punto … in bocca al lupo!

Si avvicina la fine della scuola e molti studenti tra pochi giorni inizieranno a sostenere gli esami, chi di terza media, chi l’esame di stato, ma per tutti quest’ultimo periodo sarà il più difficile e duro da affrontare. E’ dunque necessario stringere i denti ancora un po’ per superare quest’ultimo passo nel proprio cammino scolastico.
Gli esami portano con sé anche ansie e preoccupazioni, i ragazzi si pongono molte domande alle quali spesso non riescono a trovare una risposta soddisfacente: “Come saranno le prove d’esame? saranno facili o difficili? Sarò in grado di affrontarlo? avrò fatto tutto quello che potevo per prepararmi al meglio?”
Per prima cosa si deve sottolineare che provare ansia prima di un esame é del tutto normale. Anzi, un certo grado di stress é fondamentale per attivare tutte le risorse disponibili e dunque poter affrontare al meglio una situazione importante. Anche immaginare scenari negativi, come un eventuale bocciatura, è un modo per accogliere le emozioni negative e prendere coscienza delle proprie paure e timori per poi affrontarle e superarle.
Tuttavia se è normale sentire un po’ di apprensione, un livello eccessivo di ansia può essere controproducente, può ostacolare la prestazione, interferendo ad esempio con la capacità di concentrazione e memoria. Se dunque la presenza di ansia come aumento della tensione e dell’attivazione aiuta, l’ansia eccessiva al contrario ostacola la prestazione.
Come riconoscere l’ansia da esame? Nello specifico, l’ansia da esame è una forma di ansia da prestazione ovvero la preoccupazione di essere giudicati o valutati in negativo. Chi soffre d’ansia da esame fa dipendere la sua autostima da un riconoscimento esteriore, un bel voto ad esempio. L’esame viene vissuto come il contesto dove vengono valutati non solo la propria preparazione scolastica ma anche la propria intelligenza e le capacità personali. Questo porta lo studente ad essere ossessionato dal risultato, immaginando che una cattiva performance possa fargli perdere la stima e l’approvazione degli altri in particolare dei genitori e deludere le loro aspettative. Chi soffre d’ ansia da esame manifesta solitamente ha pensieri negativi talvolta catastrofici, che rinforzano l’autoconvinzione di essere bocciato, oppure, più in generale, di vedere compromessa la propria immagine davanti agli altri. Le idee disfunzionali più comuni sono: “Devo superare l’esame a tutti i costi”, “I miei genitori mi apprezzeranno solo se supererò l’esame”, “Ho valore solo se ho successo”. “Chi non ha successo viene criticato, e rifiutato dagli altri”. A volte questi pensieri possono incorrere in ulteriori distorsioni cognitive, come ad esempio la generalizzazione e quindi diventare: “Sarò sempre un incapace”, “Gli altri non mi stimeranno mai”.
Come gestirla? Partendo dai propri pensieri, ovvero diventare consapevoli rispetto le proprie idee disfunzionali su sé stessi. Chiedersi: “Che cosa faccio o penso che mi impedisce di essere sereno?”, è importante capire come l’ansia sia un processo che si può gestire e controllare non viceversa, siamo noi ad avere il potere di cambiare se lo desideriamo. Ma non sempre la sola consapevolezza è sufficiente, è importante imparare a darsi messaggi positivi e agire in modo attivo verso il cambiamento desiderato.
Come fare per affrontare l’esame in modo più positivo e razionale? Uno studente che prova ansia da esame potrebbe mettere in atto alcune strategie per modificare comportamenti e pensieri disfunzionali ed affrontare in modo più positivo l’esame:
– Un metodo molto utile è porsi degli obiettivi che siano disgiunti dal risultato ma legati al proprio impegno e soddisfazione. Non è possibile avere la certezza dell’esito poiché anche se si ha un ottima preparazione non è detto che l’esame venga superato. Tuttavia ci si può porre altri obiettivi più facilmente controllabili come ad esempio mettersi alla prova e dimostrare a sé stessi di riuscire ad affrontare le prove d’esame.
– Adottare un buon metodo di studio, quello che sinora si è rivelato il più utile: schematizzare, riassumere, fare mappe concettuali, utilizzare post-it. Sarà importante utilizzare la strategia più opportuna per assimilare informazioni in modo efficace e produttivo. Organizzarsi e pianificare lo studio per evitare l’accumulo di studio nelle ultime giornate, condizione che può oltretutto aumentare l’ansia.
– Alternare le ore di studio con momenti di riposo e svago. Per far sedimentare nella memoria i concetti studiati il cervello ha bisogno di fasi di recupero, dunque é importante non rinunciare allo sport o a qualche uscita con gli amici.
– Modificare i pensieri negativi cercando di immaginare possibili scenari positivi del momento dell’esame. Immaginarsi come si vorrebbe essere preparati, tranquilli e sicuri e cercare di percepire le sensazioni positive in modo da abituare la mente ad avere l’atteggiamento giusto durante l’esame.
– I professori conoscono bene i loro studenti, e durante le prove cercano di favorirli, non certo di metterli in difficoltà. La commissione d’esame vuole testare le nozioni di base apprese durante l’anno, non ha la pretesa di un esame prefetto. Inoltre è importante ricordare che il giudizio espresso non è mai sulla persona ma solo sulla prestazione.
Per concludere, ritengo importante sottolineare quanto sia fondamentale cambiare atteggiamenti e modi di pensare in negativo, non solo per affrontare in modo più sereno l’esame, ma anche come atteggiamento verso la vita. L’esame, comunque vada, sarà un’esperienza che insegnerà qualcosa ed ogni esperienza aiuta a crescere!

Il 10 ottobre si celebra la XXII° edizione della Giornata Mondiale della Salute Mentale, promossa dall’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalla Federazione Mondiale della Salute Mentale. Obiettivo è informare e sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della salute mentale e del disagio psichico.

 

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